Tregua

Sono stati tre giorni. Soltanto tre giorni di calma, di spensieratezza, di pensieri chiari nella testa. Mi ero illusa, come un’ingenua, che fossero il segno di un cambio di rotta, di una virata decisiva. Mi sbagliavo.
Sono stati tre giorni, tre giorni in cui ho voluto credere e non ho voluto piangere. Giornate in cui riuscivo a parlare senza trattenermi, a mostrarmi spontanea senza mezzi termini. Sono stati tre giorni tranquilli, tre giorni normali, come quei momenti che mi mancavano tanto.
Ho voluto credere che non fosse solamente una tregua, ho voluto credere che ciò che mi stava accadendo era permanente, o anche solo semi-permanente. Avrei accettato anche pochi giorni in più: me li sarei fatta bastare, ma è stata solo una tregua, una brevissima tregua che si è esaurita in fretta come si è accesa. Ha sventolato la sua bandiera bianca, mi ha salutato contenta e poi, come la più falsa delle amiche, ha giocato con i miei desideri, facendomi credere per un attimo che potessero essere reali.
Sono passati tre giorni e la tregua è già finita: niente più bandiera bianca, niente più pace in testa. Sembra quasi che il mio cranio sia il campo straziato di una battaglia già persa in partenza, all’interno di una più grande guerra tra me e me stessa. Da una parte la ragazza ambiziosa, ponderata, spontanea e dall’altra la ragazza cupa, persa, disillusa. Le vedo entrambe, sul campo, in mezzo alla nebbia, che si guardano e si studiano, ma non è una lotta ad armi pari: una di loro brandisce una spada, mentre l’altra combatte a mani nude, disarmata.
Ma chi è chi, e soprattutto: chi vincerà?

Qualcosa non va

“Non sto bene”.
Questo è il tipo di affermazione che si fa quando si ha la consapevolezza di avere un problema, quando siamo tristi, quando non troviamo una soluzione. Ma come fai quando non sai qual è il problema? Cercare una soluzione significa riconoscere il male all’origine, ma io non credo che ci sia un’origine a ciò che non sento, adesso.
Non sto bene e non so perché.
Me lo chiedo spesso, prima di andare a dormire fissando lo schermo del cellulare, e quando mi alzo la mattina e mi preparo per andare all’università. Me lo chiedo anche quando sono con i miei amici, sforzandomi di salutarli, di parlarci, di avere qualcosa da dire quando vorrei non parlare per ore intere. Mi comporto come se niente fosse perché forse è niente davvero.
Certe volte arrivo a domandarmi cos’è che dovrei domandarmi realmente: qual è il problema, qual è la soluzione, quale non è il problema o quale non è la soluzione. Probabilmente dovrei solo pormi le domande giuste.

Nel silenzio della mia stanza, accompagnato solo dal rumore delle macchine in lontananza, fuori dalla mia finestra, fuori dalla mia casa, che un tempo mi disturbavano ma adesso non più, continuo a domandarmi. E pigio sui tasti di questa tastiera così forte che mi vengono i crampi ai polsi, forte abbastanza perché il rumore dei tasti segua il flusso dei miei pensieri, ma non è possibile. Sto pensando troppo in fretta a cose invisibili a cui si dovrebbe pensare a lungo, con calma, con lucidità.
Penso al nulla per ore.

Scrivo e cerco la domanda giusta, la risposta giusta. Magari è proprio la mia ostinatezza, la mia insistenza nel cercare sempre un perché a tutto che mi procura questo solco nel petto, nello stomaco, dentro il cranio. Non sto bene, mi sento come una macchina senza emozioni: forse prova qualcosa, ma non è programmata per comprendere, per essere cosciente.
Sono una macchina ingenua e la cosa peggiore è che non mi dispiace.

In sostanza manca qualcosa: quella parte di me che era empatica con se stessa oltre che con gli altri, che riusciva a piangere quando ne aveva bisogno ed era capace di studiarsi nella testa per trovare una conferma. Oggi questa certezza non la vedo, non ho più gli occhi per vederla: sono diventata cieca, ma solo quando si tratta di guardarmi dentro.
E quindi vedo, ma è tutto nero.
Sono
abituata agli abissi: ne conosco le mappe a memoria perché sono una fuggitiva. Ma questo abisso non l’avevo previsto, non era segnato su nessuna mappa. La ricerca ossessiva di una spiegazione mi trascina, in un groviglio, giù nel buio, ma io neanche provo a fermarla. Sono passata dall’avere un vuoto all’essere un vuoto io stessa: puoi sentire l’eco dentro la mia carcassa.
Vorrei che qualcuno potesse arrivare e ridarmi ciò che sembra che io abbia perso. Nelle profondità dell’abisso, forse non ho perso niente: solo reliquie che aspettano di essere ritrovate.

Quello che so per certo è che questa non sono io, non davvero: da qualche parte è rimasto qualcosa di me e quando troverò ciò che era perso, disperso, avanzato, allora smetterò di essere un vuoto e sarò qualcuno di nuovo. Quello che so per certo è che più in profondità del buio non si può andare, perché non c’è niente: posso solo risalire in superficie.
Quello che so per certo è che forse mento a me stessa, e che “certo” e “forse” non dovrebbero stare nella stessa frase.

Stare male per stare bene

Tutti noi siamo passati per quella fase, che ci piaccia o no. Quella fase in cui lo star male ci spaventa, come fosse la nostra più grande paura, il nostro incubo più profondo. Ci fa paura guardarci dentro, soprattutto nei momenti più bui. Fa paura perché è un buio intenso, pesante, che ci schiaccia fino a toglierci il respiro; più ci guardiamo dentro e più sembra di sprofondare, come se sotto di noi ci fossero delle sabbie mobili, nere come il carbone, acide e pronte a corroderci fino all’osso.
Senza volerlo ho scelto la metafora perfetta, la paura è proprio come le sabbie mobili: una volta che ci sei dentro è difficile uscirne, cercare di scappare in preda al panico non farà altro che peggiorare la situazione, servirà solo ad accelerare la tua discesa.
Siamo cresciuti con l’idea che ciò che è negativo debba essere eliminato, estirpato come la peggiore delle erbe contaminanti, convinti che solo così riusciremo a preservare al meglio le altre piante, quelle più belle, quelle più colorate: quelle che piacciono a tutti. Nella nostra testa non c’è né spazio né tempo per le emozioni negative, da cui cerchiamo sempre di dissociarci in nome di qualcosa di più grande e importante, un’ambizione fallace: la felicità. Sì, proprio lei, quella cosa di cui tutti parlano ma che quasi nessuno ha mai toccato da vicino, non davvero. Quella felicità bastarda che desideriamo per quanto impossibile, perché siamo esseri testardi, insistenti, e un bel po’ illusi. Illusi nel credere che una completezza totalmente assoluta ed esaustiva possa veramente esistere.
Facciamo tante scelte in nome della felicità, ci sforziamo e pianifichiamo vittorie e fallimenti, in nome di qualcosa che non esiste. Siamo abituati a lottare per un’ideale fantastico, non nel senso di bello ma nel senso di inventato, frutto di pura immaginazione. Ciò a cui non siamo abituati è la sua controparte, l’antagonista e nemesi per eccellenza: la tristezza con le sue compagne, perseguitate anche loro da quel segno negativo per la quale se proviamo ad eliminarle queste torneranno, in un altro tentativo di essere ascoltate. Non siamo abituati a convivere con loro e non siamo in grado di accettare i simboli negativi che ci pervadono dentro. Cadiamo nelle sabbie mobili, in trappola, e scalciamo, ci dimeniamo in preda all’agitazione, nel tentativo di fuggire dalla loro presa d’acciaio. Ma più proviamo a scappare e più veniamo risucchiati nei loro abissi.
Scappiamo perché mai nessuno ci ha insegnato a fermarci, a restare; nessuno ci ha mai preparato ad affrontare il buio senza alcuna luce e nessuno ci ha mai detto che a volte è necessario seguire il percorso più spaventoso per raggiungere la metà più bella. Scappiamo perché pensiamo di riuscire ad andare avanti senza un affronto diretto, un confronto, ignoriamo questo bisogno. E ci riproviamo innumerevoli volte finché non ne abbiamo più le forze. Forse dovremmo capirlo da soli per poi poterlo spiegare, che a volte per poter stare bene dobbiamo imparare prima a star male.

Vuoto

È già la terza volta che mi succede. Mi metto a letto, scorro le schede su Internet, leggo ma la mia mente è assente. Sono giorni ormai che mi riprometto di fare ciò che dovrei fare, di impegnarmi e fare uno sforzo, per poi ritrovarmi alla sera e rendermi conto di aver totalmente sprecato un’altra giornata. Passata a fissare lo schermo del computer, a refreshare la home di Instagram all’infinito alla ricerca di un qualche intrattenimento. Passo le giornate a guardare le vite degli altri, immagini su immagini che mi scorrono sotto il dito, sotto gli occhi. Osservo i loro traguardi, i loro sorrisi, i loro progetti, un promemoria costante di ciò che non ho, di ciò che non sono.
Passo il dito sullo schermo una volta, due volte, e poi ancora altre innumerevoli volte. E se non c’è niente di nuovo su Instagram cambio solo finestra e provo su Facebook, e quando non c’è niente su Facebook mi butto su Twitter e da qui su YouTube e poi qui su WordPress, dove vorrei scrivere ed essere letta, dove vorrei l’attenzione che mi manca o anche solo un commento. Sposto la mia attenzione da una cosa all’altra e poi sul niente, perché se poi ci penso sono tutte finestre, finestre su mondi che mi tengono alla larga dalla realtà. E a volte trovo ispirazione, guardando dentro una di queste cornici, e sento di potercela fare, perché in fondo l’importante è cominciare.
Mi riprometto di fare tante cose, ma quando arrivo alla sera un’altra giornata vacua è passata.

Ho sempre avuto un buco nel petto, uno spazio un po’ vuoto che potevo tenere sotto controllo, un vuoto che stava lì, tranquillo e in silenzio, e faceva sentire la sua presenza giusto ogni tanto, per ricordarmi che c’era e che a nutrirlo troppo sarebbe diventato più grande. Sono sempre riuscita a conviverci, ad accettarlo, una cosa che pochissimi riescono a fare. Pensavo che sarebbe bastato, tenerlo lì, fargli compagnia, farci compagnia a vicenda. Ho davvero imparato a rispettarlo, quel vuoto lì, perché nei vuoti ci finiscono tutte le cose perse e dimenticate, che non sono mai davvero perse né dimenticate. Nel vuoto ci stanno tutti quei pezzi, minuscoli, infinitesimali, mai dispersi e per sempre miei. Ci andavo d’accordo, col mio piccolo vuoto. Avevamo un accordo, un patto non scritto di rispetto reciproco. In fondo, il vuoto che avevo dentro era un po’ il mio baricentro. Io lo lasciavo stare e lui mi permetteva di trattenere le cose, invece di risucchiarle nelle sue profondità. Era un equilibrio perfetto. Ma adesso si è spezzato, ma che dico, frantumato. Per qualche motivo il vuoto mi ha divorato.

È già la terza volta che mi succede, questa settimana. Mi metto a letto e il vuoto mi consuma.

Buonanotte

Sono qui, davanti allo specchio. Lo guardo, mi guardo: sono truccata perché sono appena tornata dal centro, una serata piacevole, direi, passata in compagnia. Per la prima volta sono uscita fuori e non faceva più freddo, quest’anno l’inverno si è protratto un po’ oltre la sua scadenza.
Ho indossato la mia giacca primaverile e le mie solite sneakers, mentre camminavo per le strade del centro fino al pub, dove l’alcol non mi ha resa più felice, ma solamente più cupa: i discorsi sulla vita, sulla morte e ancora una volta i discorsi sul futuro, su quello che non sappiamo se sarà e quello che vorremmo che fosse.
Credo di aver espresso, inconsciamente, molti desideri. Solo che non me li ricordo. Forse ho sognato ad occhi aperti e anche ad occhi chiusi, o forse erano i soliti incubi travestiti da sogni, che mi prendevano in giro. Non importa.
Adesso sono qui, davanti allo specchio, e tutto ciò che vorrei è una vita inebriata, una vita ingenua, dove l’atto di esprimere un desiderio e l’illusione che questo si avveri sono molto vicini, possibili: desideri tangibili.
Una vita un po’ cieca, dove guardarmi allo specchio mi porti un sorriso e tornare a casa la sera non mi scavi nel petto, nel vuoto più vuoto di prima. Sarebbe una vita insolita, magari senza senso o con un senso che non cercherei in ogni parola, in ogni pensiero, in ogni momento. Vivrei all’oscuro di molte verità, ma forse sarei felice.
Si è fatto tardi e le palpebre pesanti mi invitano a dormire. Spero che il nero mi abbandoni questa notte, per far compagnia al buio, e che non torni al mio risveglio perché sentiva la mia mancanza.

Buonanotte.

“Bene”

Qualcuno ti ha mai chiesto se sei felice? Se sei tranquillo o agitato?
E se te lo chiedono, vogliono davvero una risposta o vogliono soltanto poter dire che gli importa?
Io ho smesso di chiedere, perché nessuno ha mai chiesto davvero. Ho smesso di chiedere perché se lo chiedessero a me, risponderei con una bugia.
Perché noi mentiamo quando la verità è spiacevole. Quando ci chiedono come stiamo, finiamo per mostrare qualcosa di finto, una facciata. Come se questo potesse far star meglio noi, per qualche contorto sistema di riflessione. La verità è che rispondiamo così per non intrappolare gli altri dentro la nostra testa, perché quando qualcuno ti chiede come stai e tu gli rispondi con l’amara verità, loro si interessano solo per prassi: speravano che tu rispondessi “bene” e che la conversazione finisse lì.
Ma poi, cosa ci guadagneresti a dire la verità? Diventeresti solo una di quelle persone che stanno sempre male, che si lamenta, e nessuno ti chiederebbe più come stai, perché se la risposta non è “bene”, allora diventi pesante e non sai apprezzare ciò che hai: non hai il diritto di star male quando c’è qualcuno che sta peggio di te. E c’è sempre qualcuno che sta peggio di te, questo è certo.
Mentiamo per evitare la competizione: quando stai bene nessuno indaga oltre, d’altronde gli stai facendo un favore e gli stai risparmiando conversazioni vertiginosamente profonde, ma quando stai male diventa una gara a chi sta meno bene. Se esistesse una misura per il dolore potremmo perfino trovare un vincitore: il mio male è 8, il tuo solo 3, ho vinto io. Che bella vittoria, eh? Un premio per l’infelicità.
Quando mentiamo non lo facciamo per noi stessi, ma per gli altri: per togliere loro un peso, per evitare una conversazione onesta, scomoda, difficile. A nessuno piacciono le cose tristi, dimenticate e sole. Nessuno ha voglia di scavarsi nella testa per trovare le parole giuste quando ascoltare diventa troppo complicato, impegnativo.
Per questo, alla fine, va sempre tutto meravigliosamente, perfettamente, fottutamente bene.
Niente sforzi, niente gare, nessun vincitore: mentiamo su ciò che sentiamo e mentiamo a noi stessi quando proviamo a renderlo reale. Nel frattempo, l’anticamera del nostro cuore si riempie di trofei di gare mai fatte e sempre vinte. Accumulatori compulsivi di mancanze, di bisogni, di silenzi.

«Come stai?»
«Bene, tu?»
«Tutto bene» – va tutto male, ma nessuno vuole saperlo davvero.

Acide carezze

La sofferenza non è gentile né delicata.
È una fluttuante ombra che si avvinghia alle mie caviglie trascinandomi con sé.
Sono il sacco che si porta dietro, con la terra in bocca e le mani ancorate al terreno, con gli occhi che piangono, salati come il mare, e la gola che urla silenziosa.
Mi avevano detto di non sottovalutarlo, “Ti consuma” dicevano, “è difficile uscirne”. Ed io, credendomi indistruttibile e fin troppo forte, ho azzardato.
Adesso è così che mi ritrovo, a singhiozzare dentro la pozza di nero e macerie nel quale mi hanno abbandonata. E quando con gli occhi osservo ciò che mi sovrasta, vengo divorata dal buio, mentre un cielo appannato e scuro piange con me in questa notte acre e distante.
“Così impari a sottovalutarci” sussurrano, mentre un brivido gelido paralizza ogni fibra del mio corpo. Non ho neanche il tempo di pensare alla mia ingenuità, alla mia stupidità e imprudenza.
Le ombre sofferenti si accasciano addosso a me, fino a togliermi l’ossigeno ed avvelenarmi l’anima. Quando smetto di combattere, mi sento quasi consolata, coccolata: non sono pugnali, ma acide carezze.